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MI DIA I MIEI OCCHIALI

IN MEMORIA DI ALEXANDRE O'NEILL

Occhiali a forma di bicicletta di Alexandre O'Neill

"Mi dia i miei occhiali" sono le ultime parole di Fernando Pessoa. Dal momento che non ho mai avuto seri problemi di vista, salvo fuorvianti annebbiamenti temporanei da vero ipocondriaco, non saprei dirvi con esattezza cosa significhi non vedere chiare le cose. Metaforicamente sì, anzi saggiamente direi assolutamente sì, ma restando su un piano meramente pragmatico, mi è concesso solo di immaginarlo. E devo fare uno sforzo maggiore per quanto riguarda il vedere la morte che, nel caso di Pessoa, mi sembra emblematico: datemi gli occhiali per vedere fino all'ultimo; datemi gli occhiali per morire come si deve; morire come si è sempre stati; ossia morire per quello che si era. Occhiali per altro trasformati, parecchi anni dopo, in brand ottimale a mo' di ancora di salvezza di case editrici ridotte sul lastrico, di grafici dall'obnubilata fantasia o di negozi di souvenir, in coppia perfetta con i pasteis de nata formato calamita.

Quando si parla di poeti, di poeti portoghesi, di poeti portoghesi miopi e per giunta già morti, dal momento che, salvo rare eccezioni di parriana memoria (anche se sarebbe più giusto affermare di parriana genetica), sono pochi i poeti sopravvissuti a più di un secolo di vita, non può che venirci in mente un altro autore oltre a Pessoa. Mettendo dunque ora delle lenti sulla memoria, qui sì metaforiche, e allontanando così il buio o la troppa luce dall'illustre registro degli scrittori lusitani, sbuca sopra tutti Alexandre O'Neill.

Prima osservazione: gli occhiali di quest'ultimo saranno certamente più eccentrici dei nostri. Mai vedrete ve lo assicuro occhiali simili in vita. Provare per credere, anche se ad essere sinceri non ho mai sfogliato, né ho mai avuto intenzione di farlo, il catalogo completo dei Dior, Gucci, Carrera di turno. Occhiali a forma di bicicletta, una ruota per occhio, come se, oltre a dover combattere un'invalidante miopia, permettessero di vedere il mondo in altre forme, capovolto, come se stesse girando. Occhiali dal forte valore simbolico che riportano in mente un certo gusto surrealista giovanile proprio del poeta.

O'Neill come autore nasce a partire da questi occhiali, quando poco più che ventenne negli anni quaranta del secolo scorso, insieme ad altre figure di spicco (uno su tutti Mario Cesariny), sarà uno dei più attivi promotori del movimento surrealista portoghese. Aderirà al movimento con il desiderio di infrangere e spaccare i miti che la cultura ufficiale, prodotto retorico della durissima dittatura destinata a perdurare fino a quel rosso 25 aprile del 1974, cercava di vendere al popolo, avvalendosi di un'indole sempre provocatoria e libertaria, forse troppo libertaria per il surrealismo stesso.

Non c'è dunque da stupirsi se negli anni cinquanta deciderà di abbandonare il movimento (spesso contraddistinto quest'ultimo da un dubbio cameratismo bretoniano), tra l'altro polemicamente, salvandosi giusto in tempo dal trasformarsi in un bidet a mo' di vagina, in una tazzina pelosa o in un telefono-aragosta. Preferisce a questi una poesia che lui stesso definirà di "verità pratica", civile, limpida, per addentrarsi nel dramma tragico e grottesco del vivere in una monotona e spaventosa provincia iberica, dimenticata da tutti.

Attacca il mito del proletario eroico, povero e stanco, ma felice e caparbio. Lo riporta alla sua condizione antieroica, al suo dolore quotidiano, che nella poesia "Un Addio portoghese" avrebbe definito come "piccolo dolore alla portoghese, quasi vegetale", senza mai sfociare in moralismi, ma anzi condendo il verso di un'ironia insolente, beffarda, di humor nero. Risulta a questo proposito emblematica la poesia "Paesaggio Alentejano":

Nel gesto sospensivo della quercia da sughero,
l'impiccato.

Batacchio che nessuno sente,
spaventapasseri che nessuno vede,
le scarpe rifiutano il suolo che lo ha respinto.

Resta di lui un bastone da pastore.

Per quanto riguarda la lingua, la parola del poeta, ci troviamo di fronte a ciò che potremmo definire un "pastiche cosciente", che si sviluppa su diversi piani, dalla sintassi al lessico: proposizioni ellittiche rubate al modus operandi pubblicitario (di cui il poeta è ingranaggio e di cui si ricorda il fortunato slogan oggi espressione idiomatica "Há mar e mar, há ir e voltar"); la rivisitazione dello stereotipo e del luogo comune; il gergo, il cultismo, insomma, colloquialismo e arcaismo assieme.

O'Neill procede manipolando la lingua portoghese, come del resto farebbe la più pungente delle satire, cercando di riportare la poesia al suolo, abbandonando patetismi e simbologie.

Se il connazionale Camões, poeta del popolo portoghese tutto, per cantare le muse doveva inventarsele (raccattando le Tagidi dal putridume del fiume Tago), O'Neill le reprime e se potesse le soffocherebbe. Proprio in opposizione a ciò che Camões più rappresenta, e soprattutto rappresentava durante la dittatura salazarista, ossia il canto celebrativo del mare, dell'esplorazione, in cui l'essenza portoghese sempre più si rispecchia, O'Neill risponde con la poesia "Il Ladro di pane":

Al terzo giro di bottiglia
vogliono già sapere
chi sono e cosa mai
vengo a cercare

Rispondo:

A scordare.

Ho il mio remo là fuori.
È quanto mi resta del mare,
oltre a una gran voglia
di farlo affogare

Sostiene Tabucchi essere O'Neill un poeta della notte. Notte che si sdraia con il poeta e diventa, chiusi gli occhi, fra le sue braccia, l'essenza nuda di una donna. Notte in cui arriva, trascorso il giorno burocratico, il dì per il dì della miseria, sul letto, già morto. E anche una notte sporca, volgare, infima: "Che bella notte ordinaria ho passato! / Fu tempo fa / in una stanza difesa dalle pulci / vigilata da un vento borsaiolo / che abitava (diceste) / proprio lì sotto".

Allo stesso tempo O'Neill detesta la notte; la detesta perché ne ha paura, perché dalla notte non può che derivare il giorno. Giorno "sordido / canino / poliziesco / fino al giorno non nato dalla promessa / purissima dell'alba / ma da misere notti generate / per giorni uguali", come direbbe nel suo grande capolavoro poetico. Transitare nella notte angoscioso, rimanendo nel limbo dell'alba in attesa della mattina.

Termino qui questo brevissimo articolo che ha l'intenzione di commemorare (anche se non troppo e con le dovute precauzioni) un grandissimo poeta, nato 100 (+ 1) anni fa (il centenario ahimé mi è sfuggito per un soffio).

P.S. o meglio rapida nota doverosa e necessaria.

Le considerazioni sull'autore sono state possibili grazie ai numerosi e brillanti lavori compiuti da Antonio Tabucchi, che della poesia surrealista portoghese, nonché di Alexandre O'Neill, è forse stato il più grande conoscitore in Italia, oltre che depredato senza freni e vergognosamente dal sottoscritto.

Per quanto riguarda invece le traduzioni, la maggior parte sono di Joyce Lussu.

In mancanza di altri stimoli se non questi, il vostro TDV